Storia

Le antiche tradizioni enologiche dell'area vesuviana trovano origine in Aristotele (III-II secolo a.C.) il quale sostenne che i Tessali impiantarono le prime viti nella zona Vesuviana nel V secolo a.C.
Il coda di volpe viene descritto da Semmola e da Gasparrini nell'800, mentre il piedirosso veniva citato da Plinio nella sua “Naturalis Historia” ma anche da Columella (1804), Semmola (1848), Froio (1875), Arcuri e Casoria (1883).
Nel mito, Poseidone ed Efesto hanno tenuto a battesimo le prime bacche. Nettuno e Vulcano hanno visto scorrere il nettare primitivo dalle pendici del Vesuvio fino al mare.
Gli Dèi greci prima e romani poi, del mare e del fuoco, sono stati i protettori, i numi tutelari dei vitigni che affondano le radici nel cuore di una terra ribollente ed allungano i loro tralci sulla costa tirrenica: i grandi bianchi baciati dal sole, i rossi annaffiati dalla lava dello “sterminator vesevo”.

Due fulcri geologici di origine vulcanica sono alla base dell'origine, evoluzione e caratteristiche della viticultura campana: il complesso Somma/Vesuvio e il sistema vulcanico dei Campi Flegrei, tutt'oggi ambienti ideali e ricchi di varietà di viti e di tradizioni culturali.
La viticultura attuale vesuviana comprende l'area che va dalle ultime falde fino a 2/3 dell'altezza del Vesuvio. I terreni hanno una diversa giacitura, ricchi di declivi naturali e ben esposti, ripartiti in 2 zone: l'Alto Colle Vesuviano oltre i 200 m s.l.m. con terreni tutti più o meno in pendio e il Versante sud-orientale, i cui terreni fertili sono rivolti verso il mare.
Il suolo è rappresentato da depositi di ricaduta o di flusso oppure da depositi vulcanoclastici risedimentati localmente ad opera di acque di scorrimento superficiale.

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